La celebrazione del Bakrid

“Fuori ci sono anche i bambini, – Devono vedere anche loro, mi dice il dottor Shahbuddin. L’animale viene rovesciato al suolo, la testa all’indietro, le zampe legate. Un bambino di un anno viene posato sul toro e subito risollevato. L’imam vuole sapere a nome di chi offre il sacrificio. Riceve un biglietto, legge ad alta voce sette nomi e recita una preghiera. Poi un uomo, che non è un macellaio di professione, conficca un coltello nel collo dell’animale. In piedi sulla scala che porta all’ufficio di Ishaq, mi trovo in posizione privilegiata per vedere la gola che si squarcia, il sangue che sgorga e le arterie improvvisamente bianche che vibrano convulsamente. Tutto il corpo dell’animale è percorso da movimenti involontari, la testa sussulta, le zampe si torcono. – La carne continuerà a tremare anche in casa, – dice un uomo al vicino. Succede infatti che le contrazioni muscolari, soprattutto dei muscoli esterni, si prolunghino per più di un’ora, fin sul tavolo di cucina dove la carne viene preparata per la cottura.
Nell’ampia strada dietro la fabbrica, l’asfalto è viscido di sangue. Un gruppetto di uomini trascina un altro torello. Gli hanno infilato una corda nelle narici e stanno cercando di rovesciarlo a terra. Gli legano le zampe e lo spingono. La bestia cade, ma in qualche modo riesce a rimettersi in piedi. Con uno strattone, viene fatto coricare di nuovo. Un uomo gli tiene chiusa la bocca, un altro gli si avvicina con una lama affilata lunga trenta centimetri. Gli spettatori si affollano intorno; siamo solo all’inizio del primo giorno. Ci sono frotte di bambini piccolissimi. Il toro continua a lottare; dopo un cupo brontolio nelle profondità del suo essere, un rapido movimento della lama recide una vena. Ne sgorga un torrente di sangue, gli uomini tirano la testa e il corpo in direzioni opposte così che il collo si squarcia sulla strada, e il sangue inonda gli abiti dei macellai. Il sangue fresco ha un colore irreale, sembra vernice; non è ancora un rosso cupo, ma un rosa chiaro, brillante.
Sulla gola esposta del toro viene rovesciato un secchio d’acqua per impedire al sangue di raggrumarsi. Testa e corpo lottano separatamente. Dopo aver lasciato defluire il sangue per qualche istante, gli uomini cominciano a tagliare la carcassa. Quando incidono il ventre, da una sacca fuoriescono pezzi di sterco tiepido che si mescolano con il sangue e le interiora. Li accanto, un’altra carcassa di toro, già scuoiata, rilascia improvvisamente un fiotto di liquido giallo; quindici minuti dopo che la testa è stata tagliata, il corpo piscia.
Mentre, strato dopo strato, pelo, pelle e carne vengono tagliati via, i corpi degli animali rivelano tesori dai colori vividi e variegati: il marrone rossastro del fegato; le eleganti strisce bianche e rosse della gabbia toracica; il marrone, il bianco e il nero del pellame; il cristallo degli occhi; il puro color crema degli intestini srotolati. Vedo la meravigliosa organizzazione del corpo bovino, dentro e fuori, la complessa ricchezza del ventre, la sottile diversificazione degli organi, ognuno mirabilmente adatto alla sua funzione. Fino ad un minuto prima tutto lavorava in armonia, adesso ogni parte è libera dal giogo della mente e agisce per conto proprio, contercendosi, pisciando, gonfiandosi, indurendosi.
[…]
Una cosa mi sorprende: da queste migliaia di animali, vivi e morti, non proviene alcun suono. Nessun belato dalle capre terrorizzate, nessun muggito dai bovini. Le uccisioni avvengono accanto alle bestie vive; un grosso torello continua a ruminare mentre lì accanto un toro viene fatto stendere su un fianco. Lo stesso le capre. Gli animali percepiscono l’odore del massacro? A parte il lieve tremito di una capra e un curioso silenzio, non c’è alcuna reazione. Sembrano semmai, depressi. Un toro si lascia buttare a terra e giace a occhi aperti in attesa del coltello. Quando la lama gli attraversa la gola, non oppone resistenza.”

Suketu Mehta – Maximum City, Bombay la città degli eccessi (Einaudi, 2006)

 

 

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